La madre che non dimentica: allattamento, memoria e fedeltà

Testo guida: Is 49,15–16

«Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani…» (Is 49,15–16, CEI 2008). 

1) Il lamento di Sion e la risposta più audace

Il brano nasce da una frase che conosciamo bene, perché assomiglia alle nostre ore più stanche: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (Is 49,14). E lì, dove l’anima sente freddo, Dio non risponde con un’idea, ma con un’immagine elementare, carnale, quotidiana: una madre e il suo lattante. 

È come se dicesse: tu parli di abbandono; io ti parlo di latte. Tu parli di assenza; io ti parlo di una presenza che nutre, che veglia, che si commuove “nelle viscere”. La Bibbia, qui, non ha paura di avvicinare Dio alla tenerezza concreta, vulnerabile, ostinata dell’amore materno: un amore che non è teoria, ma cura. Anche per questo, gli studi contemporanei sulle immagini femminili di Dio insistono: il linguaggio biblico osa metafore materne per rendere dicibile una misericordia che supera le nostre misure. 

2) “Non ti dimenticherò”: la memoria come alleanza

Quando noi diciamo “mi sono dimenticato”, spesso intendiamo una distrazione. Ma qui la “memoria” è più profonda: è fedeltà di legame. Dio non promette solo di ricordarsi “di te” come di un dato archiviato; promette di tenere in vita la relazione, di non lasciare che si consumi nel tempo, di non consegnarla alla polvere dell’esilio.

E il testo fa un passo ulteriore, quasi spiazzante: perfino se accadesse l’inimmaginabile—anche se una madre dimenticasse—Dio non arretra. Non perché svaluti la maternità, ma perché la assume come soglia: la sua fedeltà è oltre la soglia dell’umano. Non umilia l’amore materno: lo prende come la cosa più alta che conosciamo, e poi dice: io sono ancora più fedele.

In questa linea, anche commenti recenti su Isaia 40–66 notano come l’immagine della madre che allatta comunichi non solo tenerezza, ma anche una forma di “esposizione” amorevole: la cura vera non domina, si dona. 

3) “Sulle palme delle mie mani”: non solo ricordo, ma iscrizione

E poi arriva la frase che ribalta tutto: «Ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49,16). 
Non è un post-it nella mente di Dio. È un segno “addosso”. Se Sion teme di essere diventata invisibile, Dio dice: tu sei diventata incisa nella mia visibilità.

Qui la metafora materna si intreccia con un’altra: la memoria non è solo sentimento, è scelta irreversibile. Come a dire: io mi sono “legato” a te in un modo che non posso—e non voglio—cancellare. Nella lingua spirituale, questo significa che quando noi non riusciamo più a reggerci nel ricordo di Dio, Dio regge noi nel suo ricordo.

4) Dopo la catastrofe: l’amore “inconcepibile” e la lingua del grembo

Tu lo dicevi bene: nel contesto dell’esilio, la ferita è così grande che la speranza sembra quasi un insulto. Ed è proprio lì che il profeta usa la maternità: non per addolcire la storia, ma per dire che esiste un amore capace di attraversarla senza negarla.

Alcuni percorsi esegetici, in dialogo con letture come quelle di Phyllis Trible, mettono in luce quanto spesso, nella Bibbia, la compassione e la fedeltà siano dette con una lingua “grembale”, fatta di viscere, di legame, di generazione: un linguaggio che non è sentimentalismo, ma antropologia profonda—la relazione che ti ha messo al mondo non ti lascia facilmente andare. 

5) Ricezione spirituale: Dio nutre anche attraverso mani umane

Qui può aiutarci un Padre della Chiesa con un’immagine sorprendentemente in sintonia: Agostino, ricordando l’infanzia, arriva a dire che non erano solo la madre o le nutrici a “dare latte”, ma che Dio stesso nutriva attraverso di loro: «non erano mia madre o le mie nutrici a riempirsene le poppe, bensì eri tu, che per mezzo loro alimentavi la mia infanzia» (Confessioni, I,6). 

È un passaggio delicatissimo: Dio non si sostituisce alla madre, ma passa attraverso la cura concreta. Questo rende Isaia 49 ancora più vicino: il volto materno di Dio non è solo “in cielo”; si lascia intravedere nelle persone che, nel nostro esilio quotidiano, ci hanno tenuti in vita—con un pasto, un messaggio, una visita, una pazienza che non si spegne.

E forse, oggi, il miracolo più grande è proprio questo: che mentre noi diciamo “sono dimenticato”, Dio spesso risponde non con un tuono, ma con una presenza umile—qualcuno che ti porta un po’ di latte, in qualunque forma: ascolto, tempo, fedeltà.

Preghiera

Signore,
quando il cuore ripete: “Mi hai dimenticato”,
tu rispondi con la tua Parola:
“Anche se tutti si dimenticassero, io non ti dimenticherò”.

Tu sei la Madre che non si stanca,
la memoria che non si spegne,
la fedeltà che attraversa l’esilio.

Incidi anche noi sulle tue mani,
non perché tu possa ricordarti,
ma perché noi possiamo credere,
quando tutto dentro di noi vacilla.

Nutrici con la tua tenerezza le nostre paure,
fascia le ferite che ci fanno diffidenti,
ridonaci il coraggio di affidarci.

E fa’ che, a nostra volta,
diventiamo segno della tua cura:
mani che non lasciano cadere,
parole che non cancellano,
presenze che non dimenticano.

Amen.

Carmine Tabarro

Carmelitano Laico