Commento alla Parola di Dio nella Pasqua del Signore
Risurrezione del Signore – Anno A, 5 aprile 2026

Il tema della Pasqua
La Pasqua del Signore non è una festa tra le altre. È il cuore stesso della fede cristiana, il suo principio vivente, la sorgente da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna. Quando la liturgia ci conduce al primo giorno della settimana, non ci sta offrendo solo una coordinata temporale. Ci sta dicendo che, con la risurrezione di Cristo, il tempo stesso è stato ferito da una novità assoluta. In greco Giovanni scrive μία τῶν σαββάτων (mía tōn sabbátōn): espressione che indica sì il primo giorno dopo il sabato, ma che, in profondità, lascia intuire l’inizio di un mondo nuovo. Non un altro giorno semplicemente aggiunto agli altri, ma il giorno che cambia il significato di tutti gli altri.

Qui si comprende perché la Pasqua smentisca, almeno nel suo orizzonte ultimo, il disincanto di Qohelet: “non c’è niente di nuovo sotto il sole”. È vero: la storia umana, guardata in se stessa, sembra ripetere i suoi cicli di violenza, di ambizione, di dolore, di morte. Cambiano i nomi, cambiano gli imperi, cambiano i linguaggi, ma il cuore ferito dell’uomo sembra sempre uguale. Eppure la Pasqua introduce una frattura dentro questa apparente immobilità. Qualcosa di veramente nuovo è accaduto. Il Crocifisso è stato risuscitato dal Padre. E questa non è una consolazione religiosa per anime fragili, ma l’annuncio che la morte non è più la signora assoluta della storia.

Per questo la Chiesa, nel tempo pasquale, ci mette davanti soprattutto gli Atti degli apostoli e il Vangelo di Giovanni. Gli Atti mostrano come la risurrezione diventi storia, missione, apertura, cammino della comunità. Giovanni, invece, ci porta dentro l’intimità del mistero, nel luogo in cui la fede nasce dal segno povero, dal vuoto, dalla ricerca, dal non comprendere ancora. In un caso vediamo la Pasqua che allarga il mondo; nell’altro vediamo la Pasqua che trasfigura lo sguardo. Ma in entrambi i casi il centro resta lo stesso: il Risorto è vivente e continua a operare nel tessuto concreto della storia.

La Pasqua, allora, è il nome cristiano della novità di Dio. Non di una novità superficiale, non di una semplice ripartenza morale, ma della nuova creazione. I Padri avrebbero detto καινὴ κτίσις (kainḕ ktísis): un mondo nuovo che comincia non dalla forza, non dal dominio, non dall’evidenza, ma da un sepolcro vuoto. Questa è la scandalosa logica pasquale. Dio non salva il mondo imponendosi con potenza esteriore, ma passando attraverso l’umiliazione della croce e aprendo dall’interno il regno della morte. La liturgia pasquale ci chiede proprio questo: imparare a guardare la realtà non più soltanto dal basso delle nostre paure, ma dall’alto della promessa di Dio.

Prima lettura: At 10,34a.37-43
Il discorso di Pietro nella casa di Cornelio è una delle pagine più importanti degli Atti, perché in apparenza parla della conversione di un pagano, ma in realtà racconta soprattutto la conversione di Pietro. Questo è il primo dato da cogliere. Noi leggiamo spesso il racconto di Cornelio come l’ingresso dei lontani nella Chiesa. Ed è vero. Ma Luca vuole mostrarci anzitutto che la risurrezione di Gesù costringe il primo degli apostoli a cambiare sguardo su Dio, sulla salvezza e sull’uomo.

Pietro era figlio di Israele, uomo segnato dalle attese del suo popolo, dalla distinzione tra puro e impuro, vicino e lontano, eletto e straniero. Anche dopo aver seguito Gesù, porta dentro di sé questa impostazione. Ma la Pasqua rompe gli argini. Il Risorto non può essere rinchiuso dentro i confini religiosi di un gruppo. Se Dio ha risuscitato Gesù, allora il suo agire è più grande delle misure che l’uomo si era costruito. Pietro deve accettare che il Dio d’Israele è davvero il Dio di tutti, che la salvezza non è un privilegio da custodire ma un dono da annunciare, che perfino un centurione pagano può entrare nello spazio della promessa.

Per questo il testo è profondamente pasquale. La risurrezione non produce solo consolazione per i discepoli feriti dalla morte del Maestro; produce una rivoluzione nella comprensione stessa della storia della salvezza. E Luca esprime questa forza attraverso un termine molto significativo: ῥῆμα (rhêma). Non una parola qualsiasi, non un discorso astratto, ma la parola-evento, la parola che accade, che irrompe, che trasforma. La Pasqua è questo rhêma di Dio. Non è una teoria sulla vita oltre la morte. È l’evento in cui Dio ha preso posizione a favore di Gesù e, in lui, a favore della vita.

Pietro annuncia infatti il centro di tutto con una sobrietà poderosa: colui che gli uomini hanno ucciso appendendolo al legno, Dio lo ha risuscitato il terzo giorno. Il legno, qui, evoca il disonore, la maledizione, il rigetto. L’uomo ha pronunciato su Gesù la sua sentenza. Ma Dio ha pronunciato la sua, e la sua sentenza è la vita. Il Crocifisso è il Vivente. Questo rovesciamento è il cuore della fede cristiana. La risurrezione non annulla la croce, ma la rivela come il luogo in cui l’amore di Dio è entrato fin dentro il peccato del mondo senza esserne vinto.

Da questo punto in poi, la persona di Gesù di Nazaret non può più essere letta come una vicenda locale o come il destino tragico di un giusto perseguitato. Egli diventa l’Evento per eccellenza, colui nel quale Dio si manifesta come Signore della vita. È molto bello leggere questa pagina sullo sfondo dell’ebraico שְׁאוֹל (Sheol), il regno della morte, dell’ombra, del silenzio, della separazione. La Pasqua annuncia che Dio è entrato, per così dire, perfino nello Sheol e ne ha infranto la pretesa sovranità. Per questo la risurrezione di Gesù non riguarda soltanto lui: riguarda tutti. Riguarda Israele e le nazioni, i vicini e i lontani, i primi e gli ultimi, chi si sente giusto e chi si sente perduto.

In questo senso è profondissimo il richiamo alla grande intuizione di Isaia: “Allarga lo spazio della tua tenda”, in ebraico הַרְחִיבִי מְקוֹם אָהֳלֵךְ (harḥivī meqōm ’ohălēkh, Is 54,2). La Pasqua allarga. Allarga il cuore di Pietro, allarga i confini della comunità, allarga l’orizzonte della promessa. Gerusalemme non resta una città chiusa; la tenda si dilata fino a comprendere i popoli. Qui si vede bene che la risurrezione non è solo la vittoria personale di Gesù sulla morte, ma l’inizio di una creazione nuova. Una creazione che ancora emerge tra le rovine del vecchio mondo, tra le resistenze dei credenti, tra le paure delle comunità, ma che è già all’opera.

E allora si comprende anche la forza delle parole pasquali di Giovanni Crisostomo. Nessuno sia escluso dalla gioia. Nessuno si consideri arrivato troppo tardi. Nessuno tema il proprio peccato o la propria miseria. La Pasqua è il giorno in cui il perdono si alza dal sepolcro insieme al Cristo vivente. È il giorno in cui la Chiesa non può più pensarsi come una cerchia di salvati contro altri, ma come lo spazio aperto in cui il Risorto raduna uomini e donne chiamati alla vita.

Vangelo: Gv 20,1-9
Il racconto di Giovanni è di una bellezza straordinaria perché non ci consegna subito il trionfo, ma ci fa entrare lentamente nel mistero. Tutto comincia con Maria di Magdala che va al sepolcro “quando era ancora buio”: ἔτι σκοτίας οὔσης (éti skotías oúsēs). Questo dettaglio non è solo atmosferico. In Giovanni, il buio ha sempre un valore simbolico. È il segno della non comprensione, dello smarrimento, della cecità del cuore. Non è ancora sorto il sole della fede piena. Maria ama, cerca, si muove, ma è ancora dentro il buio. E questo è molto umano, molto vero. La Pasqua non comincia con una chiarezza immediata; comincia con una ferita, con una mancanza, con una corsa angosciata.

Maria vede che la pietra è stata tolta dal sepolcro, ma non comprende ancora la risurrezione. Interpreta il segno secondo la logica più ovvia: hanno portato via il Signore. È il dolore di chi cerca ancora un corpo, una presenza tangibile, un possesso affettivo. La sua reazione mette in moto anche Pietro e il discepolo che Gesù amava. Ed ecco che il testo si anima di corse, di movimenti, di ingressi trattenuti e poi compiuti. Tutti si muovono. È come se il Vangelo volesse dirci che la Pasqua scuote, scomoda, destabilizza. Nessuno può restare fermo davanti al sepolcro vuoto.

Ma ciò che colpisce è proprio il centro del racconto: Gesù non si vede. La Pasqua, in questo primo quadro, è l’esperienza di una presenza che si dà nell’assenza. Questo paradosso è decisivo. Il Signore c’è, ma non è disponibile secondo i criteri di prima. Non è più raggiungibile come semplice continuità col passato. Non lo si può trattenere. Non lo si può ricondurre a una presenza materiale da amministrare. Il Risorto inaugura un modo nuovo di essere presente. Ed è questo che rende pasquale il dolore dei discepoli: essi devono imparare a cercare Cristo in una forma nuova.

Pietro entra nel sepolcro e osserva i teli. Il discepolo amato arriva dopo, entra anch’egli, e il testo dice: “vide e credette”, εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν (eîden kaì epísteusen). Questa frase è il vertice del brano. Ma bisogna intenderla bene. Il discepolo non vede il Risorto. Non contempla una manifestazione gloriosa. Non riceve ancora una spiegazione completa. Vede dei segni poveri: τὰ ὀθόνια (tà othónia), i teli, e il σουδάριον (soudárion), il sudario. Nulla di spettacolare. Nulla che costringa. Eppure proprio lì nasce la fede.

Questo è uno dei punti più profondi del Vangelo di Giovanni. La fede pasquale non nasce dal possesso di una prova schiacciante, ma da una lettura spirituale dei segni. Il discepolo amato sa leggere nel vuoto. Sa intuire che quel sepolcro non parla di furto o di profanazione, ma di una presenza altra, di una vittoria che ha lasciato dietro di sé tracce umili. In altre parole, Giovanni ci insegna che la Pasqua educa a una forma nuova di vedere. Non si vede di più in senso materiale; si vede più profondamente.

Qui il racconto tocca anche la nostra esperienza credente. Quante volte anche noi viviamo nel tempo del “buio”, nel tempo della corsa, della ricerca, dell’incomprensione. Quante volte vorremmo un Dio più evidente, più immediatamente leggibile, più disponibile ai nostri bisogni di sicurezza. E invece la Pasqua ci introduce a una fede più nuda e più vera. Una fede che non elimina il dramma della storia, ma lo attraversa. Una fede che non possiede il Risorto, ma si lascia raggiungere da lui nei segni, nella Parola, nella comunità, nella liturgia, nella speranza che resiste contro ogni smentita.

Alla fine, il sepolcro vuoto non è solo il luogo da cui Cristo è uscito; è anche il luogo in cui nasce la Chiesa credente. Maria, Pietro, il discepolo amato rappresentano tre modi di abitare il mistero: l’amore che cerca, l’autorità che verifica, l’intuizione che crede. Tutti e tre sono necessari. Ma il punto decisivo resta uno: la Pasqua non cancella il buio con una magia; vi accende dentro una luce. Non toglie alla storia le sue ferite in un istante; ma vi depone una promessa invincibile. Il seme è stato gettato nella terra del mondo, e ormai nulla potrà impedire alla vita di germogliare.

La liturgia di Pasqua, dunque, ci consegna una certezza che non è superficiale ottimismo, ma speranza teologale: Dio non esaudisce sempre i nostri desideri secondo le nostre attese, ma resta fedele alla sua promessa. E la sua promessa, nel mattino di Pasqua, ha preso il volto del Vivente. Cristo è risorto: e da quel momento il deserto può fiorire, lo Sheol non è più inviolabile, il buio non è più sovrano, e il primo giorno della settimana continua a spalancarsi dentro ogni nostra notte.

Carmine – Laico Carmelitano DCJ